Marocco in autostop: un anno da solo tra natura, tende e incontri inaspettati

A volte devi perderti per ritrovarti

Autostop in Marocco, senza un vero programma





Uno dei primi ricordi che mi viene in mente quando penso a quel viaggio è legato a Casablanca.

Ero fermo lungo la strada, con lo zaino e la chitarra, cercando qualcuno disposto a darmi un passaggio. A un certo punto una macchina si fermò.

Mi avvicinai al conducente e gli chiesi:

«Dove vai?»

«Chefchaouen.»

Per me andava bene.

Non avevo una destinazione precisa da raggiungere e, soprattutto, non avevo un programma da rispettare. Ero disposto ad andare praticamente ovunque.

Quindi gli risposi semplicemente:

«Anch'io.»

E partimmo.

Se ci penso oggi, fa quasi sorridere. Non avevo una prenotazione a Chefchaouen, nessuno mi stava aspettando e non avevo la minima idea di cosa avrei fatto una volta arrivato.

Sapevo solo che volevo continuare a muovermi.

Ed è proprio questa incertezza, che oggi probabilmente mi metterebbe un po' d'ansia, a rendere quel ricordo così bello.

🌙 La mia prima notte nella natura


Quando arrivai a Chefchaouen, decisi di uscire dalla città e cercare un posto dove accamparmi.

Era la prima volta che avrei passato una notte completamente immerso nella natura.

All'inizio ero abbastanza agitato.

Poi arrivò il buio.

E, come spesso succede quando sei da solo, la tua testa comincia a fare film che nessuno le ha chiesto di proiettare.

Ero lontano dalla città. Era notte. Ero completamente solo.

Improvvisamente tutte le storie inquietanti che avevo sentito sui viaggiatori solitari mi sembravano molto più realistiche.

Cominciai a pensare a tutto quello che avrebbe potuto succedere.

Poi...

non successe assolutamente niente.

Dormii come un bambino.

La mattina dopo mi svegliai tranquillo e quasi divertito dalle paure che avevo avuto la sera prima.

Quella notte mi insegnò una cosa che avrei continuato a capire durante il resto del viaggio:

a volte la paura è molto più rumorosa della realtà.

Dopo quella prima notte cominciai lentamente a sentirmi più a mio agio.

Una notte dopo l'altra, avevo sempre meno paura.

E più mi allontanavo da ciò che conoscevo, più mi sentivo libero.


🧠 Cosa significa per me “pensare con chiarezza”

Si dice spesso che viaggiare aiuti a “ritrovare se stessi”.

È una di quelle frasi che possono sembrare un po' banali, almeno finché non ti capita qualcosa che ti fa capire davvero cosa significa.

Per me, in quel periodo, pensare con chiarezza voleva dire soprattutto una cosa:

avere pace nella mente.

Avevo finalmente spazio nei miei pensieri.

Non c'erano gli orari dell'università.

Non c'era la solita routine.

Non c'era quella sensazione di dover organizzare ogni cosa o sapere in anticipo cosa sarebbe successo.

Non avevo nemmeno bisogno di sapere dove avrei dormito il giorno dopo.

Potevo camminare.

Leggere.

Suonare la chitarra.

Parlare con qualcuno.

Sedermi in mezzo alla natura.

Oppure non fare assolutamente niente.

Ed era proprio quel “niente” che, stranamente, mi faceva stare bene.

Con il passare dei giorni, il rumore nella mia testa iniziò a diminuire.

Non avevo trovato le risposte a tutte le domande della mia vita.

Avevo semplicemente cominciato ad ascoltare meglio i miei pensieri.


🏠 Gli sconosciuti che mi hanno aperto la porta di casa


Una delle cose che ancora oggi ricordo con più affetto di quel viaggio sono le persone che ho incontrato.

Spesso conoscevo qualcuno per strada e iniziavo a parlare.

A volte una semplice conversazione durava ore.

Poi poteva succedere qualcosa che, visto da fuori, sembrerebbe quasi incredibile: quella persona mi invitava a pranzo o a cena con la propria famiglia.

In alcuni casi mi invitavano direttamente a casa.

Durante quell'anno è successo più di 30 volte.

Provate a immaginare la scena.

Un ragazzo di 19 anni, con uno zaino e una chitarra, che viaggia in autostop e racconta la propria storia.

E invece di sentirsi dire “buona fortuna”, si ritrova invitato a entrare in casa.

Ho mangiato con famiglie che avevo appena conosciuto.

Ho ascoltato le loro storie.

Ho passato del tempo con persone che, probabilmente, non avrei mai incontrato se avessi seguito il classico itinerario turistico.

Ed è stato proprio attraverso queste persone che ho iniziato a capire qualcosa:

gli esseri umani possono essere molto più generosi di quanto immaginiamo.


☕ L'uomo del bar che mi regalò una stanza

Uno dei ricordi a cui sono più affezionato riguarda un piccolo villaggio.

Entrai in un bar e cominciai a parlare con alcune persone.

Era uno di quei posti dove tutti conoscono tutti. Quindi, naturalmente, uno sconosciuto con i capelli lunghi, uno zaino e una chitarra non poteva passare completamente inosservato.

Dopo aver ascoltato la mia storia, il proprietario del bar mi fece una proposta che non mi aspettavo.


Mi offrì una stanza all'interno del bar.

Potevo rimanere lì per una settimana.

Gratis.

Ogni mattina mi svegliavo, scendevo al bar e trovavo la colazione che aveva preparato per me.

Mi offriva persino le sigarette.

Ma, a distanza di anni, non è tanto la stanza che ricordo.

Ricordo soprattutto lui.

Era una persona gentile e saggia, con quel modo di vivere semplice che non ha bisogno di essere spiegato.

La sera, le persone del paese si ritrovavano nel bar.

Si parlava, si scherzava, si stava insieme.

A volte guardavamo anche un film.

E se ci penso adesso, la scena era abbastanza surreale.

Un piccolo villaggio.

La natura tutto intorno.

L'aria fresca.

Un bar semplice.

Un gruppo di persone sedute insieme la sera.

Un film che iniziava.

E io lì in mezzo, senza praticamente spendere nulla, ma con la sensazione di essere esattamente nel posto giusto.

Non ero ricco di soldi.

Ma in quei momenti mi sentivo incredibilmente ricco di esperienze.


🌿 Quasi un mese ad Akchour


Poi arrivò Akchour.

Ci rimasi per quasi un mese.

Da solo.

La cosa strana è che non sentivo nessuna particolare fretta di andarmene.

Akchour mi diede una cosa che nella vita quotidiana è molto più difficile trovare:

tempo.

Tempo per pensare.

Tempo per camminare.

Tempo per leggere.

Tempo per suonare la chitarra.

Tempo per conoscere persone.

E anche tempo per non fare niente.

Quando viaggi da solo, il tempo cambia completamente significato.

Potevo svegliarmi senza una sveglia.

Uscire e camminare senza sapere esattamente dove sarei arrivato.

Fermarmi a leggere.

Prendere la chitarra.

Esplorare.

Parlare con qualcuno se ne avevo voglia.

Oppure stare da solo quando ne sentivo il bisogno.

È stato lì che ho capito una cosa importante:

essere soli e sentirsi soli non sono la stessa cosa.

La solitudine, in certi momenti, può essere incredibilmente pacifica.


🔥 Imparare a vivere con meno



Ci sono state notti passate in tenda.

Pasti cucinati con la legna.

Giorni in cui avevo davvero pochi soldi.

E la cosa curiosa è che non mi pesava più di tanto.

A quell'età non ero convinto che il denaro o il consumo fossero ciò che doveva stabilire se una persona stesse vivendo bene.

Il viaggio non mi ha insegnato che i soldi non servono.

Sarebbe una conclusione troppo semplice.

Mi ha insegnato qualcosa di diverso:

i soldi non sono l'unico modo per misurare la ricchezza.

Un pasto cucinato all'aperto può diventare un ricordo che ti porti dietro per anni.

Una conversazione con uno sconosciuto può rimanerti impressa molto più di una serata in un posto costoso.

Una stanza offerta da una persona appena conosciuta può farti sentire più a casa di un hotel di lusso.

E una notte passata sotto il cielo può regalarti qualcosa che il lusso non sempre riesce a comprare:

pace.

🌄 Il Marocco che non trovi nei normali itinerari


Il mio viaggio non era una collezione di destinazioni da spuntare.

Non cercavo di vedere tutto.

Anzi, ero molto più interessato a quello che succedeva tra una destinazione e l'altra.

Le strade.

I piccoli villaggi.

Le persone incontrate per caso.

Le conversazioni che iniziavano senza un motivo preciso.

Le notti nella natura.

Gli inviti a cena.

E soprattutto quei momenti in cui non avevo la minima idea di cosa sarebbe successo dopo.

Questo è diventato il mio modo di vivere un Marocco fuori dai percorsi turistici.

Forse è proprio per questo che quei ricordi sono rimasti così forti.

Non stavo semplicemente visitando dei luoghi.

Li stavo vivendo.

😂 Un anno pieno di incontri strani e situazioni imprevedibili


Viaggiare in quel modo significava anche che praticamente ogni giornata poteva trasformarsi in una storia.

Quando fai autostop, incontri continuamente persone nuove e dormi in posti che non avevi mai programmato, è abbastanza inevitabile che succedano cose strane.

Alcuni incontri sono stati divertenti.

Altri completamente imprevedibili.

Alcuni, ancora oggi, sarebbero difficili da spiegare a qualcuno che non era lì.

Ed era proprio questo uno degli aspetti che amavo di quel modo di viaggiare.

Non sapevo chi avrebbe fermato la macchina.

Non sapevo chi mi avrebbe invitato a cena.

Non sapevo dove avrei dormito.

Non sapevo chi avrei incontrato il giorno dopo.

C'era incertezza praticamente ovunque.

Eppure, invece di soffocarmi, quella stessa incertezza mi faceva sentire libero.


❤️ Cosa mi ha insegnato viaggiare da solo


Avevo iniziato quel viaggio perché volevo capire qualcosa in più su me stesso.

Alla fine ho imparato molto altro.

Ho imparato qualcosa sulla generosità.

Sulla paura.

Sulla solitudine.

Sulla natura.

Sul denaro.

Sugli sconosciuti.

E soprattutto ho capito che, per essere felici, forse abbiamo bisogno di molto meno di quanto pensiamo.

Ma se dovessi scegliere una sola lezione tra tutte, sarebbe questa:

la pace mentale è una forma di libertà.

Più mi allontanavo dalla mia vita normale, più la mia mente diventava silenziosa.

E quando quel rumore ha iniziato a diminuire, ho potuto finalmente ascoltare me stesso.

🎸 Pensavo di cercare un'avventura

Oggi, quando ripenso a quell'anno, credo che non stessi semplicemente cercando un'avventura.

Probabilmente stavo cercando qualcosa che a 19 anni non sapevo ancora definire.

Volevo sentirmi libero.

Volevo capire chi ero.

Volevo vivere senza pensare continuamente a quello che gli altri si aspettavano da me.

E il viaggio mi ha dato quello spazio.

Avevo la chitarra.

Avevo qualche libro.

E avevo tutte le mie domande.

La differenza era che, lungo le strade del Marocco, quelle domande hanno iniziato a farmi un po' meno paura.

Non dovevo avere tutto sotto controllo.

Non dovevo sapere già dove sarei stato il giorno dopo.

Dovevo soltanto continuare a camminare.

🌍 Non mi sono ritrovato in un luogo preciso

Non c'è stata una destinazione magica in cui, improvvisamente, tutto ha iniziato ad avere senso.

È successo molto più lentamente.

Sulle strade.

Nei villaggi.

Intorno a un fuoco.

Nelle case delle persone.

Nei bar.

Dormendo nella natura.

Durante le lunghe conversazioni con persone che fino a poche ore prima erano perfetti sconosciuti.

E soprattutto nei momenti di silenzio, quando non c'era nessuno intorno.

Forse è questo che può succedere quando smetti di vivere un viaggio semplicemente come una vacanza.

Ti allontani dalla tua vita quotidiana.

E, qualche volta, proprio quella distanza ti permette di guardarla con occhi diversi.

Lo rifarei?

Sì.

Senza pensarci troppo.

Non perché vorrei ricreare esattamente quell'anno.

Non sarebbe possibile.

Avevo 19 anni. Avevo paure diverse, domande diverse e un rapporto con il mondo completamente diverso da quello che ho oggi.

Però rifarei la parte più importante.

Sceglierei la curiosità invece della certezza.

Le esperienze invece delle cose.

Le conversazioni con gli sconosciuti.

La strada senza sapere esattamente dove porta.

Perché a volte il viaggio più importante non è quello che ti porta da qualche parte.

È quello che ti avvicina a te stesso.


A volte devi perderti per ritrovarti



A 19 anni sono partito con una chitarra, uno zaino, qualche libro e pochissimi soldi.

Pensavo di partire per un'avventura.

Non sapevo che stavo iniziando uno degli anni più importanti della mia vita.

Ho imparato che uno sconosciuto può diventare un amico.

Che un pasto semplice può trasformarsi in un ricordo che non dimentichi.

Che un piccolo bar può diventare una casa, anche solo per qualche giorno.

Che dormire all'aperto non è necessariamente così spaventoso come la nostra immaginazione ci fa credere.

Che puoi avere pochissimi soldi e vivere comunque momenti di felicità enorme.

E, soprattutto, ho capito cosa significa avere pace nella mente.

Forse era proprio questo che stavo cercando fin dall'inizio.

Non una destinazione.

Non la ricchezza.

Non un futuro perfetto.

Solo abbastanza silenzio per riuscire ad ascoltare me stesso.

Perché forse viaggiare significa anche questo.

Parti pensando di voler scoprire il mondo.

E, da qualche parte lungo la strada, finisci per scoprire te stesso.




إرسال تعليق

أحدث أقدم